Palestina ed ONU.

Palestina ed ONU: una complessa questione di soggettività internazionale.

Analizzare lo status giuridico della Palestina oggi, a poche ora dalla votazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla concessione dello status di Stato non Membro, resta una questione teoricamente ed empiricamente complessa.

Oltre a fattori strettamente giuridici e procedurali non  può nascondersi come elementi politici ed emotivi (le violenze nella striscia di Gaza non accennano a diminuire) contribuiscano a complicare ulteriormente il quadro della vicenda e presuppongano un’analisi della questione improntato ad un generale principio di cautela quanto mai necessario nel caso di specie.

Da un punto di vista tecnico vanno, innanzitutto, chiariti gli elementi che vengono in rilevo circa la questione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) prima e dello Stato di Palestina poi nell’ordinamento giuridico internazionale.

La prassi è concorde nell’annoverare la Palestina (denominazione che useremo, d’ora in poi, per identificare l’OLP, il seguente Stato di Palestina, e l’Autorità Nazionale Palestinese) tra i movimenti di liberazione nazionale intesi come gli enti esponenziali dei popoli che lottano per la propria autodeterminazione.

Appare evidente, pertanto, come la questione dello status giuridico della Palestina è strettamente legato al principio di autodeterminazione  che, come noto, si è affermato dopo la seconda guerra mondiale e stabilisce il diritto dei popoli sottoposti a regime straniero, ed in particolare, all’epoca, ai paesi sottoposti a regime coloniale a divenire indipendenti ed a scegliere nella massima libertà il proprio regime politico (cd. autodeterminazione esterna).

La natura cogente del principio di autodeterminazione, con il conseguente obbligo di rispetto che grava su tutti i soggetti della comunità internazione, è stato ribadito, inoltre, in diverse occasioni e modi dalla Corte internazionale di giustizia con il parere consultivo del 1971 sulla Namibia, il parere sul Sahara occidentale del 1975, la sentenza del 1995 su Timor Est, nonché il parere del 2004 sul muro.

Se dubbi, in dottrina ed in prassi, non sembrano esistere circa la natura cogente e pertanto particolarmente qualificata del principio di autodeterminazione dei popoli, questione diversa è quella circa la posizione del movimento di liberazione nazionale all’interno dell’ordinamento giuridico internazionale.

Su tale punto, infatti, si registrano divergenze di opinioni tra coloro che sostengono che i movimenti di liberazione nazionale, in conseguenza della lotta per l’autodeterminazione che conducono, siano da considerare soggetti di diritto internazionale e quelli che, ancorando la soggettività internazionale ai requisiti fattuali generali di indipendenza ed effettività, condizionano la soggettività del movimento di liberazione nazionale al raggiungimento dei suddetti requisiti.

Al di là di tale questione della soggettività destinata, evidentemente a rimanere aperta, sostanziale consenso vi è nell’affermare che, i movimenti di liberazione nazionale, anche quando non ritenuti soggetti dell’ordinamento giuridico internazionale, godano di una particolare posizione nella comunità internazionale conseguenza logica del principio particolarmente qualificato che informa l’azione di tali movimenti.

Innanzitutto il movimento di liberazione nazionale è riconosciuto come il beneficiario del diritto all’autodeterminazione. Ciò significa che il movimento di liberazione nazionale ha il diritto di lottare contro lo stato che nega l’autodeterminazione e può, legittimamente, ricevere sostegno dagli stati terzi.

In secondo luogo ai movimenti di liberazione nazionale è generalmente riconosciuto il diritto ad essere presenti ed ascoltati nei consessi e fori internazionali ove si discuta una questione riguardante l’autodeterminazione del popolo rappresentato.

I movimenti di liberazione nazionale beneficiano inoltre dello status di osservatore nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tale status comporta dei diritti di partecipazione ai lavori dell’ONU escludendo il diritto di voto e di formazione del consensus.

Il fenomeno palestinese, come accennato, va indubbiamente ricondotto al ramo dei movimenti di liberazione nazionale.

Quando l’OLP venne fondata nel 1964 in seguito agli auspici della Lega Araba, infatti, il fine dichiarato di tale organizzazione era, ed è tuttora, quello di rappresentare le istanze del popolo palestinese e condurre la lotta per l’autodeterminazione di tale popolo rispetto allo stato israeliano. Nel 1982 l’OLP stabilisce la propria sede a Tunisi e nel 1988 cambia denominazione autoproclamandosi Stato di Palestina.

Difettando evidentemente del requisito di effettività, la soggettività internazionale dell’OLP e della Palestina è questione da affrontare con la massima cautela. Ancora oggi, infatti, la Palestina detiene un potere effettivo di governo solo sulla Cisgiordania, mentre i territori di Gaza, abitati da almeno un milione e mezzo di palestinesi, risultano controllati da Hamas.

Il difetto di soggettività, tuttavia, non ha impedito all’OLP di conseguire una spiccata personalità internazionale. L’ONU, infatti, le ha riconosciuto, in linea con la prassi emersa per i movimenti di liberazione nazionale, lo status di osservatore all’Assemblea Generale nel 1974 e, nel 1976, la Palestina è stata invitata a prendere parte ai  dibattiti del Consiglio di Sicurezza su questioni dell’autodeterminazione palestinese e sul processo di pace in Medio Oriente.

Ancora, nel 1987 l’OLP apre un proprio ufficio presso le Nazioni Unite

Inoltre da quando l’OLP si trasformò in Stato di Palestina l’Assemblea Generale ha proceduto a rafforzare lo status giuridico di osservatore di quest’ultimo, concedendogli il diritto di adottare documenti da fare circolare come documenti ufficiali delle Nazioni Unite (risoluzione 43/160 A del 1998) e fare interventi orali in occasione di riunioni dell’Assemblea per fini commemorativi (risoluzioni n.49/12 A del 1994 e n.9/12 B del 1995).

La risoluzione dell’Assemblea n.52/250 del 1998, infine, ha ulteriormente rafforzato lo status della Palestina alle Nazioni Unite garantendole il diritto di partecipare ai dibattiti generali, prendere la parola anche su tematiche non riguardanti la questione palestinese ed il medio oriente, il diritto di replica, nonché il diritto di porre all’ordine del giorno dell’Assemblea generale provvedimenti riguardanti la questione palestinese e medio orientale che, qualora uno stato membro ne faccia richiesta, potrebbero essere messi al voto.

Tale prassi di rafforzamento dello status della Palestina presso le Nazioni Unite ha avuto l’indubbio effetto di riproporre a livello internazionale la questione palestinese ed il ruolo di quest’ultima nel diritto internazionale.

La Palestina, come noto, ha  qualche tempo addietro presenatato richiesta formale di ingresso all’ONU in veste di Stato membro a tutti gli effetti. È possibile configurare tale possibilità?

L’art.4 della Carta ONU, che regola la questione dell’ingresso, pone due questioni da affrontare in merito.

La prima, di natura, sostanziale , consiste nel comprendere se la nozione di stato accettata dalle Nazioni Unite coincida con quella generalmente riconosciuta dal diritto internazionale. Nonostante la prassi non sempre cristallina in materia, unitamente agli eventi storici che hanno inciso sulla partecipazione di alcune entità all’ONU (basti pensare in questa sede a soggetti fondatori come Bielorussia ed Ucraina che stati legittimi ed indipendenti sicuramente non erano, nonché alla soggettività ed alla membership riconosciuta a molti paesi usciti dal processo di decolonizzazione per i quali fondati dubbi esistevano circa il requisito dell’effettività), certamente oggi può dirsi che la nozione di stato tra Comunità internazionale ed ONU coincida.

Con riferimento alla Palestina, quindi, nonostante gli innegabili ed innumerevoli progressi compiuti da questa organizzazione nella gestione e nel governo del territorio controllato,  la questione appare ancora quanto mai incerta ed in tale situazione non può che agirsi con la massima prudenza nel riconoscere una qualsivoglia soggettività internazionale all’entità palestinese.

Anche a voler superare il problema sostanziale, ed eccoci alla seconda questione, non può sottacersi una questione di natura procedurale: per entrare a far parte dell’ONU, infatti, occorrono i due terzi dei voti dell’Assemblea Generale ed, ancor prima, una raccomandazione favorevole da parte del Consiglio di Sicurezza con la possibilità per gli i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza di apporre il proprio veto.

Appar chiaro allora come l’unico modo per superare tale impasse sarebbe quello di concedere alla Palestina lo status di stato non membro osservatore permanente delle Nazioni Unite (come quello riconosciuto, ad oggi, alla Santa Sede), procedura per la quale servirebbe solo la votazione dell’Assemblea Generale. Ed è proprio questa la questione che si deciderà a breve in Assemblea.

Il riconoscimento della Palestina come Stato non membro infatti consentirebbe, indubbiamente all’entità palestinese un riconoscimento da parte dei due terzi degli stati dell’Assemblea Generale e rappresenterebbe un elemento di forte accelerazione del processo di legittimità percorso da questo ente. Su tal punto non pare possano sussistere dubbi.

Un processo di pacificazione dell’area che sia credibile, inoltre, non può prescindere da un riconoscimento più o meno formale di uno Stato Palestinese in grado di interagire nei consessi internazionali. Sarebbe soltanto il punto di inizio del processo, rinviato oggi sine die, della realizzazione dell’idea che vuole nel’area due popoli e due stati sovrani ed indipendenti.

Non possono tuttavia sottacersi le difficoltà in parte evidenziate.

Ad oggi, a prescindere dall’esisto, piuttosto scontato, della votazione dell’Assemblea Generale. la questione dello status internazionale palestinese è di fondamentale importanza ma quanto mai incerta.

Di Rassck.

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One thought on “Palestina ed ONU.

  1. Cosa significherebbe sottoposti a regime straniero? Solo un occupazione territoriale oppure anche un occupazione economica monetaria attraverso cessioni di sovranità ?cosa cambia se gli effetti sono identici e conseguenti ad azioni belliche o attraverso atti di intelligenza ostili di ingerenza e dominio economico di nazioni?

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