18 Febbraio 1861 – Prima seduta del Parlamento del Regno d’Italia

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Il 18 Febbraio 1861 Vittorio Emanuele II inaugura, con un solenne discorso, il primo Parlamento italiano composto dai rappresentanti di tutti i territori italiani conquistati dalla casa reale Sabauda. La sede era quello stesso Palazzo Carignano di Torino che dal 1848 fu sede del Parlamento subalpino.

Lo scopo primo del nuovo Parlamento era quello di elaborare un progetto di governo per la nuova unità politica nazionale. Così affermava Vittorio Emanuele II: “Signori Senatori, Signori Deputati, libera ed unita quasi tutta, per mirabile aiuto della Divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli, e per lo splendido valore degli eserciti, l’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra. A voi si appartiene di darle istituti comuni e stabile assetto.”

Nel discorso pronunciato dal re quest’ultimo, per non cedere alle pressioni dei democratici, rifiutò di fregiarsi del titolo di Re d’Italia con il nome di Vittorio Emanuele I, proprio per evidenziare la continuità ed il preponderante ruolo avuto dalla casa Savoia nel processo di unificazione della penisola italiana.

La proclamazione dell’Impero d’Italia giungerà un mese dopo, il 17 Marzo 1861.

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5 novembre 1860 – Inizio della resistenza borbonica a Gaeta

Persa Napoli, il re Francesco II di Borbone si spostò via mare a Gaeta. Nel frattempo le truppe borboniche combattevano nel Volturno, dove persero l’ennesima battaglia che li costrinse a rifugiarsi a Gaeta. Ebbe così inizio l’assedio sabaudo con il generale Enrico Cialdini che dal 5 novembre 1860 organizzò un massiccio assedio, anche grazie all’aiuto di alcuni elementi dell’esercito borbonico che si unirono agli invasori.

Le ostilità iniziarono l’11 novembre, anche se l’assedio vero e proprio diventerà operativo due giorni dopo. La composizione dell’esercito piemontese era: 18.000 soldati, 1.600 cavalli, 66 cannoni a canna rigata e 180 cannoni a lunga gittata. Le forze navali fedeli a Francesco II erano 5 unità da guerra napoletane (Partenope, Delfino, Messaggero, Saetta, Etna); ancora importante era il numero delle forze di terra, troppo numerose per essere ospitate tutte dentro le mura di Gaeta.

La svolta si ebbe il 5 febbraio con l’apertura di una breccia nelle mura di Gaeta grazie a un colpo di cannone che colpì il magazzino delle munizioni, permettendo così l’ingresso delle truppe piemontesi nella città.

L’assedio durò 102 giorni, 75 dei quali sotto il costante fuoco nemico, causando 46 morti e 361 feriti nell’esercito piemontese. Molto più grandi i numeri per gli assediati: 862 morti, 569 feriti, 200 dispersi più un numero imprecisato di vittime della popolazione civile costretta sotto il bombardamento nemico.

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3 novembre 1867 – La battaglia di Mentana

Garibaldi aveva un chiodo fisso: la conquista di Roma. Ci provò, o almeno ci pensò, nel 1861 durante la sua spedizione nel Regno delle Due Sicilie. In quella occasione Cavour dovette inviare direttamente il re per fermarlo (Incontro di Teano), per poi mandarlo in esilio a Caprera. Così nel 1864, il Regno d’italia stipulava un accordo con la Francia in cui si impegnava a difendere da attacchi esterni ciò che rimaneva  dello Stato Pontificio.

Tuttavia Garibaldi non abbandonò mai l’idea di Roma, cosicché nel 1867 non poté fare a meno di organizzare una spedizione di circa 10.000 volontari, accompagnata da una sollevazione interna. Napoleone III ebbe tutto il tempo di organizzare la difesa di Roma. Così, sedate le rivolte interne, il 3 novembre l’esercito pontificio guidato da Hermann Kanzler, si incamminò lungo la via Nomentana. Si incontrarono a Mentana con le truppe Francesi e attaccarono le truppe Garibaldine rifugiate nel paese. Le truppe franco-potificie ebbero la meglio. La vittoria fu attribuita alla potenza francese e ai suoi fucili chassepot, anche se alcune testimonianze dell’epoca ci dicono che non fu sparato un solo colpo da quei fucili. Probabile che la storia dei fucili fu solo frutto della propaganda francese.

La battaglia di Mentana diede alcuni anni di vita in più allo Stato Pontificio, fino alla famosa breccia di Porta Pia del 1870.

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26 Ottobre 1860 – Incontro di Teano

L’incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II può essere considerato l’ultimo avvenimento dell’epopea della spedizione garibaldina.

A conferma dell’opinione diffusa che la guerra nell’Ottocento poteva anche essere allegra Garibaldi, come noto, il 5 Maggio 1860 salpò da  Genova con i suoi Mille sbarcando senza difficoltà a Marsala. Dopo lo scontro di Calatafimi i successi di Garibaldi in Sicilia rappresentarono una vera e propria marcia trionfale.

Arrivato a Napoli il 22 Agosto Garibaldi, autentico rivoluzionario ma dalle scarse doti diplomatiche, avrebbe voluto continuare la sua marcia per Roma e risalire fino a Venezia.  Cavour, tuttavia, che scrutava attentamente i passi della spedizione garibaldina, era ben conscio delle pesanti ripercussioni che un’azione del genere avrebbero causato. Prendendo a pretesto una rivolta negli Stati Papali, Cavour entrò in azione. Così l’esercito piemontese, dopo aver battuto le forze papali a Castelfidardo, si ricongiunse infine con gli uomini di Garibaldi.

Il 26 Ottobre 1860 Vittorio Emanuele II incontrò Garibaldi che, seppur di tendenze repubblicane, era un sincero patriota ed acconsentì a fermare la sua azione individuale unendo il Sud al Nord Italia sotto casa Savoia.

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21 ottobre 1860 – Il Regno delle due Sicilie vota il plebiscito di annessione

Il 21 ottobre del 1860 si svolse il plebiscito per l’annessione dell’ormai ex Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Quel giorno il 79% degli aventi diritto al voto si espressero per il Sì.

Tutto ebbe inizio il 2 ottobre, quando Camillo Benso conte di Cavour chiese al parlamento piemontese il potere di compiere mediante un decreto l’annessione di tutte le province che avessero votato l’unione al regno di Vittorio Emanuele attraverso un plebiscito.

Giunta notizia di questo decreto a Crispi e Garibaldi a Napoli, si decise di procedere con il plebiscito. Infatti, sino ad allora si era discusso sulla possibilità tra un voto popolare o un’assemblea in grado di aggiungere delle condizioni  all’annessione. Tutta la discussione di quei giorni verteva sul significato del plebiscito: era un’unificazione o un’annessione? Si voleva aderire al Regno Piemontese incondizionatamente? Oppure era meglio convocare un’assemblea in grado di decidere le modalità dell’unificazione?

Garibaldi, anche se fu più volte in disaccordo con Cavour durante la sua spedizione nel Sud, si rassegnò agli eventi poiché era completamente assorbito dalla battaglia del Volturno, ancora convinto di poter arrivare a Roma. La notizia del plebiscito di Napoli rimbalzò anche in Sicilia dove il prodittatore Giuseppe Mordini aveva deciso per un’assemblea. Mordini, convinto di assecondare le volontà di Garibaldi, disdette l’assemblea e convocò il plebiscito per il 21 ottobre come stabilito anche a Napoli.

Il 15 ottobre, prima della consultazione, Garibaldi precisò subito che «le Due Sicilie fanno parte integrante dell’Italia, e che egli deporrà la Dittatura nelle mani de Re».

Si votava o no alla seguente domanda: “Il popolo vuole l’Italia Una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?“.

Il voto doveva essere dato “per bullettino stampato o scritto portante la scritta SI o No”. La scheda, una volta piegata, doveva essere consegnata nelle mani del presidente del comitato elettorale che deponeva il tutto nell’urna chiusa alla presenza dell’elettore. Era chiaramente un voto non segreto e lasciava poche possibilità a chi voleva votare per il No.  Come scrisse lo storico Cesare Cantù, “il plebiscito giungea fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l’identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i e i No, lo che rendeva manifesto il voto”.  D’altronde, come diceva un giornale di allora (Il Regno d’Italia),  “il o il No rimane tuttavia libero ma è una tal libertà che servirà a imprimere una macchia indelebile nella coscienza di chiunque profferirà un No invece di un Sì”.

Il plebiscito fu raccontato anche da Giuseppe Tommasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, che ispirò l’omonimo film (1963). Qui sotto la scena in cui il Principe di Salina si appresta a votare.

Link e documenti.

Luigi Di Martino, Il Plebiscito del 1860 in Sicilia, Edizioni Adef, Napoli, 2013.

Il plebiscito del 1860 in Sicilia, Sito Regione Siciliana.