26 febbraio 1922 – Il governo Facta, l’ultimo prima di Mussolini

Luigi Facta
Luigi Facta

Il 26 febbraio 1922 iniziava la breve esperienza del Governo Facta, durato 156 giorni. Il governo era formato da Liberali, Partito Popolare Democratico-sociali, Partito Socialista riformista, Radicali e Partito agrario siciliano.

Il governo Facta viene ricordato per aver proposto al Re Vittorio Emanuele III di Savoia lo stato d’assedio nella notte tra il 27-28 ottobre 1922, decreto che fu in un primo momento caldeggiato dal sovrano ma poi non firmato. Il re non aveva la minima fiducia sulle capacità del governo Facta di superare questo momento di crisi e lo costrinse alle dimissioni; forse anche perché Vittorio Emanuele fu falsamente informato che l’esercito non era in grado di fermare l’ingresso delle squadre fasciste a Roma. Così da reazionari, i fascisti diventarono una componente importante per la formazione del nuovo governo e il 29 ottobre Mussolini diventava presidente del Consiglio all’età di 39 anni.

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28 Ottobre 1922 – Marcia su Roma

Per arrivare al potere Benito Mussolini aveva un piano chiaramente definito: creare uno stato d’agitazione perenne non attraverso la violenza estrema delle precedenti “spedizioni punitive” ma con minacce di rivolta espresse attraverso l’organizzazione di grandi adunate più o meno armate.

Mentre, pertanto, il Mussolini deputato pronuncia alla Camera sin dal 1921 dei discorsi moderati e pacati, il Partito fascista si dedica solerte all’organizzazione di queste adunate nelle principali città italiane.

Il 20 ottobre 1922 un quadrumvirato agli ordini di Mussolini organizzò una grande marcia che da Nord a Sud avrebbe dovuto portare migliaia di militanti fascisti nella capitale italiana.  Era la Marcia su Roma, entrata nell’immaginario collettivo come il momento di instaurazione della dittatura fascista in Italia.

Quando il 28 Ottobre i fascisti arrivarono a Roma la minaccia che essi portarono alle istituzioni liberali appariva risibile ai molti. La marcia fu infatti effettuata da circa 26.000 uomini male armati mentre a difesa della capitale vi erano 28.000 soldati. Se il Re Vittorio Emanuele III  avesse dichiarato lo stato di assedio l’esercito avrebbe certamente obbedito al decreto regio. Tuttavia, sia per pressioni interne (il fascismo godeva infatti di ampie connivenze nell’amministrazione pubblica), sia per generali questioni politiche il re preferì capitolare ed il giorno seguente convocò Mussolini per incaricarlo di formare un nuovo governo.  Mussolini era infatti a quel tempo considerato un elemento interno al sistema istituzionale liberale che, seppur con modi non ortodossi, sarebbe riuscito a dare quella scossa politica che  da più parti veniva richiesta.

Mussolini giunse dunque al potere più con l’intimidazione che con la forza e stabilì la sua dittatura in maniera progressiva. Era un drammatico cambiamento nella storia italiana che, tuttavia, sfuggì a molti dei contemporanei.

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13 Ottobre 1943 – L’Italia dichiara guerra alla Germania

Dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e nominò il maresciallo Badoglio a capo del Governo. L’8 settembre il Re e il maresciallo lasciarono Roma e raggiunsero gli angloamericani, i quali avevano già occupato la zona di Brindisi.

Salerno divenne la capitale del Regno del Sud che, comunque, mantenne la struttura costituzionale del Regno d’Italia. Il primo atto di Badoglio in veste di capo del Governo fu la dichiarazione di guerra alla Germania. Il Re e Pietro Badoglio avrebbero voluto, con tale provvedimento, ottenere per l’Italia la qualifica di Alleata ed evitare le dure clausole della resa incondizionata. Così non fu. Gli Alleati infatti, fecero aderire l’Italia solo come “cobelligerante” .

L’Italia entrava in guerra contro la Germania il 13 ottobre 1943. La dichiarazione ufficiale serviva, non solo per poter inviare al fronte gli uomini dell’esercito regolare (al centro nord molti italiani combattevano già contro i tedeschi), ma soprattutto per attribuire lo status di prigionieri di guerra ai 600.000 soldati italiani (IMI) che erano stati catturati e deportati dai tedeschi nei territori del Terzo Reich dall’ 8 settembre, dopo la proclamazione del cosiddetto “armistizio corto” con il quale si cessavano le ostilità contro gli Alleati.

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“600.000 no,la resistenza degli Internati Militari Italiani”